INDIA, PARTO O NON PARTO?

Il mio primo viaggio zaino in spalla

Quando si dice uno di quegli incontri che ti cambia la vita o quasi. Proprio così perché, se non avessi conosciuto Robbie, la mia passione per i viaggi non sarebbe cresciuta in questo modo e probabilmente ora la mia vita sarebbe diversa.

Estate 2013. Robbie, il mio nuovo collega, è indiano, viene da New Delhi, ed è figlio di una coppia hippy, lei italiana, lui inglese.

Robbie è un tipo stravagante: a lavoro si siede sopra il bancone del bar a leggere il giornale indifferente se qualche cliente gli passa davanti; costantemente si lamenta delle troppe regole a cui deve sottostare in Italia e non vede l’ora di tornare al suo Paese; le maniche della maglietta che usa durante le partite di calcio fuoriescono dalla divisa. Ma come si fa a venire a lavoro conciati così?

Sarà questo atteggiamento fuori dalle righe, sarà che visitare l’India è sempre stato uno dei miei sogni, che mi incuriosisco e l’unica cosa che mi trattiene dal partire è il costo non proprio basso del viaggio, ma Robbie mi assicura che quello sarebbe stato l’ultimo dei problemi se l’avessi organizzato da sola. “Adesso o mai più”, penso. Dopo due settimane acquisto il biglietto aereo per New Delhi, partenza fissata per ottobre 2013. Così fanno altri tre miei amici.

“L’India dev’essere uno dei paesi più difficili da visitare, soprattutto per una come me che non ha mai viaggiato zaino in spalla”, penso.

E poi, quanto dev’essere grande lo zaino? Cosa ci metto dentro? E se mi ammalo? Ma come faccio a spostarmi da un posto all’altro? Ammetto che presa da tutte queste paranoie cerco almeno di organizzare i trasporti e le sistemazioni.

Il giorno della partenza foto di rito in aeroporto e non nascondo un po’ di agitazione. Il mattino successivo mi ritrovo in un taxi sgangherato di New Delhi che cerca di farsi strada tra tuk tuk, ciclorisciò, motorini, asini, vacche, carretti vari, bici con montagne di sacchi sul portapacchi (ancora mi domando come facciano a stare in equilibrio). Vengo scaricata alla stazione ferroviaria di Delhi Cantt tra polvere, cattivi odori, montagne di spazzatura e cani randagi. Per prima cosa vado a chiedere in biglietteria da quale binario parte il treno per Jaipur (il cartellone è solo in hindi). Nel mio biglietto c’è scritto “Class AC 3 Tier, Seat n. G11- 0022 (Side Lower)”… E come faccio a capire dove si ferma la carrozza G11? Va beh, l’unica è provare…

Salgo in treno e per fortuna ho con me una cosa indispensabile per affrontare un viaggio in una classe AC (ovvero con aria condizionata): un pile. Se non si è ben attrezzati si rischia infatti di passare la gran parte del tempo in bagno dato che la temperatura è così bassa che a momenti potrebbero conservarci dei surgelati. Devo ancora capirne il motivo.

Dopo cinque ore sono a Jaipur. Come metto piede fuori dalla stazione una calca di gente mi assale per vendere passaggi in taxi, tour della città o una stanza in hotel. Cerco di raggiungere l’albergo a piedi dato che dovrebbe essere lì vicino.

Cammino per qualche metro e mi ritrovo in mezzo a polvere, baracche e un rumore assordante di clacson.

Provo ad attraversare la strada ma c’è talmente tanto traffico che ogni volta che faccio un passo rischio di essere investita e i mezzi non accennano a fermarsi per lasciarmi passare anzi… E una domanda mi sorge spontanea: “Ma chi me l’ha fatto fare? Sarà così ovunque?”.

Welcome to Incredible India! Il Paese della “disorganizzazione organizzata”.

Un piccolo favore.

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