TREKKING DA KALAW AL LAGO INLE (BIRMANIA)

Ecco cosa intendo per esperienza memorabile

Sarà che nella mia vita non mi sono mai buttata da un aereo con un paracadute, non ho mai nuotato in mezzo agli squali bianchi o scalato l’Everest, ma il trekking di tre giorni per raggiungere il Lago Inle da Kalaw è stata una delle esperienze più belle ed emozionanti della mia vita (almeno fino ad ora).

Sono venuta a conoscenza della possibilità di giungere al Lago Inle, una delle più famose mete turistiche della Birmania, facendo un trekking di tre giorni da Kalaw, grazie alla Lonely Planet. Era la prima volta che facevo un’esperienza simile e forse, anche questo, ha contribuito a renderla così piena di fascino.

Già la scelta dell’agenzia a cui affidarsi per affrontare il trekking si è rivelata una vicenda abbastanza singolare. Dopo aver contattato un paio di guide decido di rivolgermi ad una di quelle segnalate dalla Lonely Planet. Seguo le indicazioni che segnalano l’agenzia e giungo davanti ad una casa. Ad aprire la porta è una ragazza (che poi scopro avere 16 anni). Mi fa accomodare nel salottino, mi offre del tea ed inizia a mostrare l’itinerario che avrei dovuto affrontare. Non so come, ma nell’arco di cinque minuti, siamo finite col parlare della sua storia, della sua famiglia e soprattutto della sua fede religiosa. In effetti, più che vendermi il trekking, sembrava puntasse a farmi convertire ad una sorta di setta, la cui guida spirituale è una certa Sarah Aye. Cosa che a me è sembrata alquanto strana, visto che ho sempre associato la Birmania al buddhismo e una ragazza birmana stava tentando, parlando con le lacrime agli occhi di visioni, di convertirmi ad una setta di ispirazione cristiana (io non sono credente). Sarà per i racconti riguardo alla sua conversione o per la sua triste storia familiare che decido di fare il trekking con la sua agenzia.

Il giorno dopo alle nove sono pronta per partire.

Ad aspettarmi fuori dalla guesthouse la mia guida Momo, un simpaticissimo ragazzo di 28 anni amante delle barzellette (ogni quindici minuti ne raccontava una, un ottimo pretesto per rallentare la camminata). Momo, oltre ad accompagnarmi attraverso luoghi incantevoli, mi ha aiutato a comprendere un po’ di più la mentalità birmana e soprattutto la visione della vita che ha un ragazzo birmano quasi mio coetaneo. La cosa che più mi ha affascinato è stato il modo in cui vedeva l’amore. Per carità, non dico che tutti i ragazzi in Birmania la pensino così, ma lui ne aveva una visione romantica ed innocente. Non vedeva l’ora di conoscere l’unica donna che avrebbe amato e sposato e notare il suo sconcerto, quando gli ho detto che avevo avuto dei ragazzi, ma non li avevo sposati anzi ci eravamo mollati, e che nella nostra cultura una cosa simile è normale, mi ha fatto riflettere sulla superficialità con cui ormai viviamo i rapporti di coppia.

Inizia il cammino e le barzellette e i racconti di Momo mi aiutano ad alleviare la fatica. Ok, io non sono mai stata molto allenata e diciamo che non ho mai avuto molta resistenza fisica, sta di fatto che camminare per sette ore sotto il sole con una temperatura di 35 – 40 gradi salendo e scendendo non so quante colline e con cinque chili di zaino non è stata proprio una passeggiata, ma ne è valsa davvero la pena.

Lasciamo alle spalle Kalaw seguendo il sentiero che si inerpica su una collina e dopo un paio d’ore facciamo una breve sosta in un punto panoramico fino ad arrivare, verso l’ora di pranzo, al primo villaggio.

E’ qui che ha inizio il viaggio nel tempo.

Le case sono delle palafitte di bambù e teak, ognuna con il suo orto e recinto per gli animali, le docce dei bidoni di acqua piovana, i bagni, situati nel cortile delle “abitazioni”, delle baracche di legno e lamiera in cui la porta è spesso costituita da sacchi di juta per lasciare a chi li usa, se si può dire, un minimo di privacy.

Inizio a provare una sensazione di pace e serenità: i sorrisi delle persone, i bimbi che si nascondono intimiditi sotto le vesti delle madri, le donne che per un attimo smettono di lavorare la terra per salutare. E’ così che comincio a domandarmi se tutte le cose materiali che ho a casa non facciano altro che distrarmi da ciò che potrebbe contribuire maggiormente alla mia felicità. Sì, se ad una cosa mi è servita questa esperienza, è proprio a comprendere che sprecare le mie giornate per fare carriera, per alimentare il mio orgoglio e il mio conto in banca, non faceva per me. Ho capito che dovevo fidarmi maggiormente dell’istinto, senza pensare ad un passato o ad un futuro, ma solamente al presente. Al diavolo tutti gli sforzi per ottenere un buon lavoro e risparmiare per un ipotetico futuro, io dovevo vivere lì in quel momento. E godere appieno della vita.

 

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.» Dalai Lama

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E’ inutile che stia qui ad elencare i meravigliosi scorci che ho visto, il senso di libertà provato nel camminare attraverso coltivazioni di riso sterminate, nell’attraversare scalza i piccoli corsi d’acqua (e beccarsi pure le sanguisughe), nell’ammirare l’azzurro del cielo, i contadini che lavano i bufali nelle pozze d’acqua fangosa. L’aspetto più significativo di questo trekking infatti è stato il vedere e in parte, seppur in modo superficiale, sperimentare, un altro stile di vita, riflettendo su cosa c’era che andava e non andava nella mia vita.

Anche solo il fatto di vivere per tre giorni con il minimo indispensabile, a mala pena un cambio di vestiti e il sacco a pelo, di dormire per terra, andare a fare i bisogni di notte fuori casa, farsi la doccia all’aperto usando dell’acqua piovana, fare colazione in monastero assieme ai novelli (ma anche agli escrementi dei topi), dormire con il rumore dei buoi di sottofondo, mi ha aiutato a riflettere su quale direzione avesse dovuto prendere la mia vita.

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Ricordo poi con piacere la serata trascorsa nella casa del villaggio, a scherzare con i bimbi e con la gente che andava e veniva (tra i quali un singolare personaggio, alquanto traballante, che si aggirava con una bottiglia di gin in mano), la nottata passata in monastero, in cui siamo andati avanti fino a tarda notte a ridere e a parlare raggruppati attorno ad una torcia (non c’era elettricità) e il risveglio al mattino con il monastero avvolto dalla nebbia e i canti dei monaci di sottofondo.

 

Ed infine, dopo 3 giorni, 50 chilometri percorsi, 20 ore di camminata, una quarantina di barzellette di Momo e soprattutto una grande lezione di vita, l’arrivo, tanto desiderato, al Lago Inle.

 

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